GRUPPI DI STRADA A MILANO: Una storia, un appello. A cura di E.A.
UNA STORIA
David era conosciuto da tutti come Boricua. Boricua vuol dire portoricano, ma lui veniva dall’Ecuador, da Guayaquil. Era uno dei ragazzi dei Latin King, una delle cosiddette “gang” di giovani latinoamericani con cui abbiamo lavorato in questi anni per provare a trasformare i gruppi di strada in forme positive di aggregazione giovanile. Boricua diceva di sé e dei suoi amici, dei suoi fratelli, “siamo diventati bravissimi”. In parte aveva ragione, certamente era stato tra quanti hanno dimostrato più impegno e volontà nel perseguire il cambiamento.
David è stato ucciso la mattina del 7 giugno alle ore 5.15. Lo hanno ucciso altri ragazzi come lui, con una storia simile di migrazione, rabbia e dolore. Lo hanno ucciso per motivi che, per quanto futili, nella vita di strada contano tantissimo: un malinteso senso del rispetto, la voglia di ritorsione e rivalsa, la contrapposizione tra gruppi.
Con la famiglia di David, con i suoi amici, con i suoi fratelli e le sue sorelle della strada, abbiamo deciso che la sua morte deve essere una spinta ancora più forte per il cambiamento. Vogliamo essere forti, di una forza che non si fermi di fronte al dolore.
Abbiamo reagito subito stampando delle cartoline per ricordarlo e degli adesivi per dire insieme “Basta. No mas!”. Vogliamo continuare su questa strada e lanciare una campagna che raggiunga ragazzi e ragazze, migliaia di cittadini anonimi, le istituzioni. Per battere l’indifferenza e trasformare la rabbia in partecipazione. La campagna ha uno slogan che dice “Voglio vivere, per i nostri desideri” “Quiero vivir, por nuestros deseos”. La notte tra il 4 e il 5 luglio saremo nelle discoteche a distribuire volantini e adesivi. Martedì 7 luglio faremo un’azione in città per ricordare David e chiedere che altri si uniscano a noi.
UN APPELLO
Lilly voleva incontrare di nuovo sua madre, ma arrivata a Malpensa ha scoperto di non riuscire a riconoscerla tra i volti che attendevano i passeggeri dell’aereo dall’Ecuador. Ha preso un diploma e avuto una figlia. Il lavoro migliore che ha trovato è stato pulire gli scaffali di un supermercato di notte. Ora è tornata in Ecuador. Henry frequentava il liceo navale di Manabì, doveva diventare cadetto e fare la carriera militare. In Italia è stato iscritto a una scuola professionale. È entrato in una “banda”, ha commesso dei reati, è finito in carcere. Ora lavora in una fabbrica dell’hinterland, ma il rinnovo del suo permesso di soggiorno è bloccato per i reati commessi da minorenne. David è arrivato in Italia per lavorare e non ha mai avuto il permesso di soggiorno. Suo padre era ufficiale di marina, in Italia fa l’operaio. Sua madre, laureata in Sociologia, in Ecuador insegnava; qui lavora come O.s.s, in una casa per anziani. Lui è stato tra i fondatori dei Latin King a Milano. È stato in carcere, ha avuto una malattia. Parlava di pace e di progetti. È stato ucciso. Potremmo aggiungere storie, ma avrebbero quasi tutte lo stesso sapore. La migrazione per molti giovani non è un’esperienza semplice da vivere. Costringe a rompere con la propria vita, ad abbandonare gli amici con cui si è cresciuti, a cancellare i sogni sul proprio futuro. Costringe a rompere il proprio presente, senza avere idea di cosa riservi il futuro. Molti ragazzi e molte ragazze arrivano nel nostro Paese e scoprono che il loro futuro è terribilmente simile al presente dei propri genitori: lavori umili, pagati poco e con poche garanzie; le file davanti alla questura per rinnovare il permesso di soggiorno; le fughe dai controlli quando il permesso di soggiorno non c’è; case piccole e sovraffollate. Per alcuni ragazzi e alcune ragazze il prezzo da pagare per essere “bravi immigrati” è troppo alto. Hanno cercato altro, hanno cercato i propri simili, hanno voluto costruire un mondo in cui sentirsi accettati, sentirsi importanti. Un mondo in cui potere salvare la propria faccia. Il proprio mondo. In questo contesto sono nati i gruppi di strada, quelle che i mezzi di informazione e gli imprenditori della paura chiamano le bande. Dopo anni di presenza dei gruppi di strada in Milano, bisogna prendere atto di una realtà. Questi gruppi hanno la capacità di attrarre centinaia di giovani, ormai di tutto il mondo. Non ci sono solo latinoamericani. Ci sono ragazzi che arrivano dalla Romania, dal Marocco, dall’Egitto, dallo Sri Lanka. Ci sono, sempre di più, ragazzi e ragazze italiane. Hanno tutti una cosa in comune. Il loro futuro è stato scippato. Scippato da adulti che non ci sono, da una scuola che non educa, dal lavoro che non c’è, dalle istituzioni che non li riconoscono come cittadini.
